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Costa Deliziosa 21/11/2025-11/04/2026 Giro del Mondo.

Ed eccoci alla cattedrale di Apia (in samoano: Ekalesia Katoliko i Mulivai) che e’ la principale sede cattolica a Samoa e sede dell'Arcidiocesi di Samoa-Apia, un imponente edificio situato nel centro della città che fonde stili architettonici occidentali con elementi e decorazioni locali, come intricati lavori in legno, e ospita affreschi religiosi. Fu completamente ristrutturato dopo il terremoto e tsunami del 2009 ed inaugurata nel 2014.
E’ molto bella e capiente, con banchi e pavimento lucidissimi, quasi da specchiarsi! I colori bianco ed azzurro ricordano molto gli edifici ortodossi greci, come pure la conformazione dell’edificio, ma rappresenta il centro della cristianita’ Samoana.

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Il soffitto e’ semplicemente spettacolare…una meraviglia! Tutto in legno, non locale, proveniente da oltreoceano.
Sulla circonferenza della cupola e’ rappresentata l’Ultima Cena ma i vari commensali hanno i tratti somatici della popolazione samoana.

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Torniamo alla casa dello scrittore Stevenson, che e’ risieduto e morto in questa isola: una bella villa, immensa in un parco immenso, in collina, defilato rispetto ad Apia. Ora il parco e’ anche un giardino botanico con una ricchezza vegetale incredibile, come probabilmente solo queste terre possono offrire.
La casa e’ completamente in legno, molto grande, su due piani, ricca di terrazze e patii, ed oggi e’ il museo dello scrittore.
Curioso vedere i camini in un paese dove le temperature non scendono sotto i 28/30° tutto l’anno…ma Stevenson da buon inglese non ha voluto rinunciare a questo vezzo a lui tanto caro, testimonianza delle sue origini scozzesi.

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Oggi ci e’ stato consegnato il “ certificato “ del giorno che non abbiamo vissuto…i certificati non si contano in questa crociera…passaggi dei Tropici, dell’Equatore, del Lost Day…e non credo siano finiti!

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La nostra breve visita ad Apia finisce qui…si riparte per un’altra isola: Nu’Ku Alofa nell’arcipelago di Tonga.
A risentirci dopo il 12 gennaio!
 
«Da una decina d'anni la mia salute andava peggiorando; e per qualche tempo, prima di intraprendere il mio viaggio credetti d'essere arrivato all'epilogo dell'esistenza, di non dovermi aspettar altro, ormai, che l'infermiera e l'impresario di pompe funebri. Mi consigliarono di provare i Mari del Sud, e a me non dispiaceva l'idea di andare in giro come un fantasma, di farmi portare come un sacco, negli stessi luoghi che mi avevano attratto quando ero giovane e in buona salute. Per questo noleggiai il  Casco, una goletta di settantaquattro tonnellate; salpammo da San Francisco verso la fine del giugno 1888, toccammo le isole orientali, e al principio dell'anno nuovo ripartimmo per Honolulu. Di lì, mancandomi il coraggio di tornare alla mia casa, anzi alla mia stanzetta di malato, decisi di filare sottovento sul mercantile  Equator, poco più di settanta tonnellate, passai quattro mesi fra gli atolli del gruppo delle Gilbert, e verso la fine dell'89 giunsi a Samoa. Ormai abitudine e riconoscenza cominciavano a legarmi alle isole; avevo riacquistate le forze, trovato amici, appreso nuovi interessi; quelli dei miei viaggi eran stati giorni in una terra incantata: decisi di restare. Queste pagine cominciai a prepararle a bordo, durante il terzo viaggio, sul mercantile Janet Nicoll. Se altri giorni mi son concessi, li passerò dove la vita mi è stata più gradevole e gli uomini più interessanti».

(Robert L. Stevenson, In the South Seas, Lipsia 1901)

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Nel cuore del Pacifico meridionale, dove le onde si adagiano su spiagge di corallo e il vento porta il profumo dolce dei frangipani, sorge l’isola di Upolu, anima pulsante di Samoa. È un’isola viva di leggende, dove il verde delle foreste tropicali si tuffa nel blu cangiante dell’oceano e le montagne sembrano custodire i segreti di un tempo antico.

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Apia, la sua capitale, non è solo un porto affacciato su una baia tranquilla: è il cuore culturale e politico del Paese, la voce moderna di una civiltà che, pur trasformandosi, non ha mai dimenticato le proprie radici. Qui, tra mercati animati e case coloniche dai tetti di lamiera, si respira ancora il ritmo del fa’a Samoa, “lo stile di vita samoano”, fondato sulla famiglia, sulla comunità e sul rispetto per gli antenati.

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L’isola vive in un equilibrio sottile fra tradizione e modernità: le danze siva si accompagnano ai canti antichi durante le cerimonie, mentre folti gruppi di giovani studenti, lo sguardo fisso sul mondo digitale dei loro cellulari e la mente assorbita da chissà quali sogni, si affacciano al futuro con la stessa serenità con cui i pescatori gettano le reti al tramonto.

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Sulle pendici dolci di Vailima, il vento porta ancora le parole di Robert Louis Stevenson, lo scrittore che trovò sull’isola la sua ultima dimora e la sua pace. Guardando da lassù, verso il mare di Apia, si comprende come l’isola di Upolu non sia solo un luogo geografico, ma un tessuto di memorie, miti e speranze che si intrecciano nel cuore della Polinesia.

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Le strade principali di Apia seguono il ritmo lento dell’isola: vecchi edifici coloniali si alternano a moderni uffici governativi, e sotto le verande di legno il tempo sembra scorrere con la dolcezza di una corrente marina.

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Al mattino, il mercato di Fugalei è il cuore pulsante della città. I banchi traboccano di taro, banane verdi, pesci scintillanti e fiori tropicali intrecciati in ghirlande profumate. Le donne avvolte nei pareo dai colori vivaci sorridono ai visitatori, offrendo frutti maturi o racconti di tempi lontani. È qui che Apia rivela la sua vera anima: un intreccio di ospitalità e continuità, dove la modernità non cancella mai del tutto il passato.

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Di fronte al mare, la cattedrale dell’Immacolata Concezione alza le sue torri bianche verso il cielo, segno della fede che ha plasmato la vita dell’isola.

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Costruita originariamente nel 1884 su terreni acquisiti dal vescovo Bataillon, la cattedrale custodisce un soffitto ligneo finemente intagliato, opera di artigiani samoani che hanno fuso motivi tradizionali polinesiani con l’eleganza gotica europea, mentre vetrate policrome filtrano la luce tropicale in cascate di colore sulla navata spaziosa, capace di accogliere duemila fedeli. Ricostruita nel 2014 dopo i danni del terremoto del 2009, con un investimento di 13 milioni di talā samoani, essa simboleggia la resilienza dell’isola.

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È ormai pomeriggio inoltrato quando facciamo ritorno alla nostra nave. Il cammino si snoda lungo la soleggiata e caldissima Beach Road, tra l’eco delle onde che accarezzano la riva e il calore ancora vivo dell’asfalto sotto i piedi.

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Poi è subito sera e il calar della notte, a queste latitudini, è un sipario che si chiude veloce con improvvisa e teatrale maestria. Il crepuscolo è un lampo fugace: stelle di prima grandezza accendono il firmamento prima ancora che l’eco del tramonto svanisca, e la notte avvolge rapida l’isola in un abbraccio vellutato, accarezzato solo dal morbido sussurro delle onde.

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La prua taglia l’orizzonte stellato, puntando verso isole lontane — Tonga che ci aspetta fra due giorni — dove nuove terre sono pronte ad accoglierci, nuovi sorrisi attendono di narrare i loro segreti.
Il vento fresco della notte porta via le ultime luci di Upolu e il Pacifico si apre vasto e promettente, cullando la nave in un abbraccio di promesse non dette.

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E rieccoci in navigazione, oggi giorno 13 gennaio e 50° della crociera, dopo lo scalo a Nuku’Alofa, capitale del Regno di Tonga costituito da oltre 170 isole, moltissime disabitate.
Nuku’Alofa significa in lingua locale ‘ luogo di pace ‘ e la quiete che gli abitanti esprimono nei loro gesti, il sorriso ed il saluto che chiunque di loro ti rivolgono, le movenze delicate, rendono quel nome piu’ che appropriato.
L’escursione al mattino ci ha portato a conoscere e ad approfondire la cultura degli isolani e a vedere quelle che sono le principali attrattive dell’isola. Le escursioni in queste isole polinesiane vengono condotte tutte in inglese, visto che per tutti e’ la lingua di riferimento, anche se poi nel quotidiano vengono parlate lingue locali polinesiane, in questo caso il tongano, per noi incomprensibile.
L’arrivo e’ meno emozionante del solito visto che si attracca subito al molo senza navigazione all’interno della barriera corallina, che, una volta ormeggiati, si trova a pochi metri dalla nave.

Il pilota come solito viene sottobordo per salire.

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Si parte per l’escursione…i bus meritano un capitolo a parte! Niente aria condizionata, finestrini aperti e pure le porte, anche in marcia! Sedili bassissimi e ginocchia in bocca…ma sono quasi tutti scuolabus…pulizia non pervenuta…ma fa parte dell’esperienza e ci va bene cosi’!
Iniziamo fermandoci all’ Ancient Tonga: l’ “Ancient Tonga Show" è un'esperienza culturale popolare immersiva che offre uno spaccato delle tradizioni tongane attraverso dimostrazioni di danza, preparazione di cibi locali (come il Lu), fabbricazione di tapas e utilizzo di piante medicinali, con visite guidate che consentono di apprendere e assaggiare le specialità.

Danzatori e danzatrici mentre la ragazza con il microfono e’ la speaker che spiega tutto cio’ che verra’ mostrato, danze e preparazioni. Nel corso dello show sono stati offerti degli assaggi di quanto e’ stato oggetto di dimostrazione.

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Sfilata di moda con alcuni volontari per spiegare il significato, e l’occasione di indosso, dei vari tipi di gonnellino!

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Tessuto ricavato battendo una striscia vegetale larga circa 5 cm. Anche il tappeto che fa da sfondo e’ costituito dallo stesso materiale.

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"[18 settembre 1773] Dirigevo la mia rotta verso ovest, inclinando a sud, per raggiungere la latitudine dell’Isola di Amsterdam, scoperta da Tasman nel 1643, con l’intenzione di spingermi tanto a ovest quanto quell’isola, e persino di toccarvi terra se lo avessi ritenuto conveniente.
[...]
[ottobre 1773] Giunti sull'isola fummo accolti a riva da acclamazioni di una folla immensa di uomini e donne, nessuno dei quali teneva in mano neppure un bastone.
[...]
[1774, al ritorno dal viaggio in Nuova Zelanda] Fu allora che decisi di chiamare questo gruppo di isole Friendly Archipelago [Isole degli Amici], poiché tra gli abitanti sembra sussistere un’amicizia duratura e la loro cortesia verso gli stranieri dà loro pienamente diritto a quel nome".

(James Cook, frammenti estratti dal Diario di bordo del secondo viaggio nel Pacifico)

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L'isola battezzata "Amsterdam" da Abel Tasman nel 1643 è oggi chiamata Tongatapu; le "Isole degli Amici" di James Cook erano e sono tuttora le isole dell'arcipelago di Tonga.
Qui noi sbarchiamo oggi.
 
L’isola di Tongatapu appare piatta e verde, circondata da una distesa turchese che sembra infinita. La barriera corallina la protegge come un anello fragile, dentro il quale le acque assumono tutte le sfumature dell’azzurro: limpide lagune dove il tempo scorre lento, scandito solo dal ritmo delle maree e dal fruscio del vento tra le palme da cocco. Lo sguardo si perde all'orizzonte tra villaggi sonnolenti, campi di taro e distese di banani, mentre piccole chiese bianche punteggiano il paesaggio, custodi silenziose di fede e di vita comunitaria.

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In lontananza, la sagoma bianca del palazzo reale, con il suo tetto rosso, domina la costa come simbolo di una monarchia antica e ancora sentita.

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Scendiamo a terra e passeggiamo per le strade di Nuku‘alofa.
 
La prima sosta è al palazzo reale di Tonga: costruito nel 1867 durante il regno di re George Tupou I, utilizza legno di kauri importato dalla Nuova Zelanda e combina elementi architettonici coloniali con influenze polinesiane. Il complesso originale si è espanso nel tempo, mantenendo il nucleo ottocentesco, e ha ospitato tutti i sovrani successivi.

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Poco lontano, le Tombe Reali di Mala’ekula, situate in un’ampia area erbosa nel cuore di Nuku’alofa, rappresentano un importante sito storico e l’ultima dimora della Casa Reale dei Tupou. Risalenti al re Taufa’ahau Tupou I, deceduto nel 1893, queste tombe testimoniano la ricca storia regale di Tonga. Sebbene il sito sia recintato e non accessibile al pubblico, i visitatori possono ammirarne la grandiosità e le statue da lontano, cogliendo un assaggio dell’eredità reale tongana.

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