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Explora III, una casa in continuo movimento.

capricorno

Super Moderatore
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Vi propongo un articolo in cui vengono evidenziati i tratti salienti di questa nuova unità...dalla rivista AD- design & architettura.


Explora Journeys lancia la Owner’s Residence: «Ogni superficie è stata scelta per il modo in cui risponde alla luce» dice Patricia Urquiola, che firma il progetto​




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Explora Journeys lancia la Owner’s Residence: «Ogni superficie è stata scelta per il modo in cui risponde alla luce» dice Patricia Urquiola, che firma il progetto​

Patricia Urquiola firma la prima Owner's Residence per la nave Explora III, dove tutto è progettato per muoversi.
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di Elena Dallorso
26 gennaio 2026
LAD100 Patricia Urquiola

L’AD100 Patricia Urquiola
Pensate a una dimora di lusso. E poi pensate al mare. Pensateli insieme, come ha fatto Explora Journeys con Explora III, la nuova nave che entra in scena come una dimora in continuo movimento, una nave pensata fin dall’origine come spazio di permanenza e di relazione, più che come mezzo. Un passaggio chiave decisivo per il brand, perché per la prima volta a bordo una delle Owner's Residence porta la firma dell’AD100 Patricia Urquiola, chiamata a misurarsi con un’idea di casa che galleggia e cambia continuamente indirizzo. Anna Nash, una carriera ultra ventennale nel settore dell’ospitalità ultra-lusso, e dal 2024 presidente del Gruppo MSC, Explora Journeys, spiega questa evoluzione: «Descriviamo volutamente Explora come un hotel galleggiante. Aiuta a capire cosa offriamo. Siamo un hotel in movimento, il cui vero indirizzo è l’oceano. L’indirizzo cambia di continuo, la nave avanza, la luce si trasforma». In questa instabilità controllata si innesta il progetto di Urquiola, pensato per dialogare con il ritmo del mare. «L’orizzonte scorre e gli spazi di bordo rispondono a questo ritmo, a questo movimento. Un hotel nasce per restare fermo, una nave viene progettata partendo dal fatto che si muove. Per noi questo significa apertura, proporzioni generose, una forte sensazione di spazio e libertà», dice. E Anna Nash aggiunge: «Nel mio ruolo si tratta di applicare una mentalità da albergatore al mare, pensando a come far sentire gli ospiti. Spesso restano con noi sette giorni, quindi conta l’esperienza nel suo insieme, conta l’emozione che l’ospitalità può generare e quel legame profondo con l’oceano. È come un hotel che avanza sulle onde».

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Residenze armatoriali​

Explora III, in partenza dal Mediterraneo verso Nord Europa, Islanda e Groenlandia, è la prima nave del brand a offrire due residenze armatoriali. Posizionate a poppa sui ponti 7 e 8, sono le unità più ampie della nave. Quella firmata da Urquiola occupa 280 metri quadrati complessivi, con 155 metri quadrati interni e una terrazza di 125 metri quadrati affacciata sulla scia. La vista diventa parte dell’architettura, incorniciata da grandi superfici vetrate che integrano l’orizzonte nel progetto. «Il lavoro di Patricia riflette una sensibilità allineata con Explora Journeys», racconta Nash. «Sa come un design attento possa evocare emozioni. Luce, texture e forma creano benessere immediato. Questo è centrale nel nostro “Ocean State of Mind”. Nella Owner’s Residence questa filosofia prende corpo in spazi equilibrati, in sintonia con il mare». È una questione di cambio di paradigma culturale: «Proponiamo la nave come luogo in cui soggiornare. In mare, per gli ospiti, scompare il bisogno di spostarsi da un luogo all’altro. In un hotel a terra occorre muoversi fisicamente per raggiungere il prossimo spazio, qui siamo noi a muovere le persone. Abbiamo eliminato molte frizioni, molte complicazioni logistiche. In cambio si guadagna tempo, la possibilità di essere davvero presenti, e soprattutto emerge una profonda sensazione di libertà».

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Imparare l’arte dell’immobilità
Anche la lobby viene ripensata di conseguenza, come cuore accogliente e luminoso, abitato da persone che si fermano, parlano, osservano. «Explora propone la nave come luogo in cui soggiornare, più che come semplice mezzo di transito. Questo cambia radicalmente il modo in cui l’esperienza viene progettata, sia dal punto di vista strategico sia culturale. Basta osservare una lobby di hotel a terra, come si comporta, che atmosfera ha, che suoni produce. Anche nelle lobby più curate domina una certa concitazione, perché sono spazi di passaggio. Gli ospiti attraversano, corrono verso un taxi, arrivano tardi a una riunione, puntano all’ascensore con lo sguardo basso. A volte queste lobby risultano fredde, prive di cuore. A bordo la sensazione è diversa. Lo si percepisce subito dal modo in cui gli ospiti si muovono. Nel momento in cui lasciano la terra e salgono sulla nave, guardano intorno con meraviglia davanti a questo boutique hotel splendidamente progettato che galleggia. Avviene anche qualcosa di psicologico. Si staccano dalla terra, sentono la libertà, percepiscono che il tempo appartiene a loro. Una volta a bordo, la nave diventa la destinazione. C’è il desiderio di scoprirla, di esplorarla, di vivere il design. Il fatto che la nave si muova concede, a persone molto impegnate, il permesso di fermarsi, di rilassarsi. Le accompagniamo in un viaggio che insegna una sorta di arte della quiete. A terra è difficile restare fermi, in nave si vedono persone semplicemente osservare il mondo che scorre. In mare accade qualcosa di diverso, anche sul piano comportamentale e culturale. Gli ospiti sanno che quello sarà il loro spazio per sette giorni o più e iniziano a parlarsi, a creare relazioni. È sorprendente ascoltare conversazioni tra ospiti che in una lobby tradizionale raramente nascono. Si formano amicizie autentiche. Per questo abbiamo progettato il cuore della nave, la lobby, come uno spazio accogliente, ampio, luminoso, attraversato da persone che si fermano, chiacchierano. È qualcosa di unico, quasi magico, che accade in mare. Muoviamo le persone affinché possano apprendere l’arte dell’immobilità».

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Progettare uno spazio che si muove
Patricia Urquiola, chiamata a disegnare la prima Owner's Residence dalla proprietà, è partita dalla complessità tecnica e percettiva della nave. «Un edificio non si muove, mentre qui tutto può muoversi, possono accadere mille cose. Ci sono assi che cambiano insieme all’orizzonte, e la luce è immensità, densità, vuoto, pieno. È centrale. Poi ci sono sempre momenti in cui quest’oggetto molto bello ti porta in altri luoghi». Il suo progetto è nato da un dialogo serrato con gli ingegneri, più intenso rispetto a un progetto domestico. «Volevano capire, discutere materiali, dettagli, proporzioni. È stato un dialogo reale, quasi una liturgia di relazioni». Patricia Urquiola racconta come sia diverso progettare lo spazio all’interno di una nave: «Il corpo pensa, la mente pensa, e toccare la parete, sentire che esiste, è qualcosa che normalmente, in uno spazio fisso, non consideri mai. Ma qui sì, perché è qualcosa che ti attrae, che esiste per un motivo, perché è una nave — e questo, come progettista, mi interessa. Abbiamo lavorato molto sulle linee, tutto è stato ammorbidito, e ci sono una serie di temi. Per esempio, sui materiali: abbiamo proposto alcune soluzioni per la testata del letto, e lavorato con vari mobili di Cassina. Mi è piaciuto perché avevo già suggerito diverse possibilità, e ci siamo trovati bene con una serie di prodotti di varie aziende che si integravano bene nel progetto». Il pavimento prosegue negli zoccoli in travertino, i temi ricompaiono passando dalla camera al soggiorno. «Per la testata del letto avevamo usato un materiale cementizio, delle piastrelle in basso rilievo color argilla, che sono piaciute così tanto che poi le abbiamo usate anche nel salone. Così si creano due zone collegate, e quando ti muovi nello spazio ritrovi un tema ricorrente». L’arredo mescola pezzi disegnati da Urquiola per Cassina, elementi di Moroso e Kettal, sedute Dudet, tavolo e divani Sengu, sgabelli Oru. La palette lavora su toni terrosi, legni scanalati, parquet in rovere, moduli in terracotta, marmi Cipollino e Travertino. I metalli color bronzo reagiscono alla luce in trasformazione continua. «Ogni superficie è stata scelta per il modo in cui risponde alla luce», spiega Urquiola. «La composizione deve trasformarsi senza strappi». Anche l’acustica entra nel progetto. «Il soffitto era basso. Ho lavorato per sezionarlo, creare fughe che assorbono il suono. Il rumore entra e resta intrappolato. È fondamentale in un contesto turistico». Al centro, una grande lanterna luminosa riequilibra le proporzioni e dialoga con l’esterno. «Il mare ha un suono costante. Basta aprire una porta per sentirlo».

Ma perché non l’ho fatto prima?
Anche la terrazza prosegue questa idea di continuità, con una boiserie in marmo scolpito che corre per quasi novanta metri lineari, vasca idromassaggio affacciata sull’oceano, zona pranzo e lounge outdoor. La residenza può accogliere fino a quattro adulti collegandosi a una Ocean Terrace Suite, con servizio di Residence Manager dedicato. Per Nash, il futuro dell’ospitalità in mare passa da un linguaggio diverso. «Preferiamo parlare di eleganza e raffinatezza. Conta la misura, l’ascolto, la crescita lenta. I brand destinati a durare evolvono insieme ai comportamenti umani». Il riscontro degli ospiti conferma la direzione. «Il feedback più interessante riguarda spesso lo scarto tra aspettativa ed esperienza. Molti ospiti sono alla prima esperienza in mare e scoprono qualcosa di inatteso. L’offerta supera ciò che immaginavano, per valore dell’esperienza, per uso del tempo, che resta la risorsa più preziosa. Quando chiedo cosa li abbia spinti a prenotare e se tornerebbero, la risposta ricorrente è che non pensavano di fare mai una crociera. La frase che sento più spesso è: non capisco perché non l’abbiamo fatto prima. C’è quasi un rimpianto per il tempo perso, perché questo modo di viaggiare consente di vedere molte destinazioni con calma, in maniera profonda, lenta, arricchente. È una sorpresa felice», conclude Anna Nash. Urquiola guarda alla Owner’s Residence come a una zona di esplorazione dentro il progetto nave. «Qui possiamo permetterci più libertà, più materiali, più possibilità. Apri la porta e capisci il progetto. È una spiegazione in sé». La curiosità, per lei, resta il motore. «Alla fine si traduce in uno spazio sereno, equilibrato, mobile e armonico».
 
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