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Roma...il mio viaggio , nella Grande Bellezza.

Nel 1904, venne inaugurato il Tempio Maggiore, la grande Sinagoga, punto di riferimento culturale per l’intera comunità ebraica e, ancora oggi, insieme al Museo Ebraico ospitato al suo interno, una delle principali attrazioni della zona.

Il Ghetto è anche il luogo della persecuzione nazifascista che culminò il 16 ottobre 1943, giorno in cui ebbe luogo il più grande rastrellamento di ebrei della storia. I nomi dei deportati nei campi di sterminio nazisti sono stati impressi nelle Memorie d’inciampo, un sampietrino ricoperto da una lastra in ottone su cui è indicato nome e cognome di chi non è mai tornato. Piccole testimonianze per non dimenticare.

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Tra le vie e le piazze più suggestive in cui dedicarsi a splendide passeggiate, via della Reginella, via di Sant’Ambrogio, via del Tempio, piazza delle Cinque Scole e piazza dei Cenci che offrono scorci perfetti da fotografare.

Ma uno dei motivi per cui oggi si visita il ghetto è anche quello di assaggiare le prelibatezze della cucina giudaico-romana e kosher come i carciofi alla giudia, la crostata con marmellata di visciole fresche e ricotta, i filetti di baccalà e il tortino di aliciotti e indivia.


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Piazza Mattei, una graziosissima piazzetta nascosta tra i vicoli antichi del ghetto, offre un bellissimo scorcio tra lo scrosciare di una piccola fontana molto graziosa ed elegante nelle sue forme : la fontana delle tartarughe.




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Circondata dai palazzi un tempo appartenuti alla nobile famiglia Mattei, che diede anche il nome alla piazza, sorge una tra le fontane più belle di Roma, la Fontana delle Tartarughe, realizzata tra il 1581 e il 1588 su progetto di Giacomo Della Porta (1533-1602).

La storia della fontana è legata a una leggenda romantica. Si narra che il duca Mattei, amante del gioco d’azzardo, un giorno perse in un colpo solo l’intero patrimonio familiare. Il futuro suocero si rifiutò, quindi, di concedergli in sposa la figlia. In risposta, il duca fece realizzare in una sola notte questa magnifica fontana. Il giorno seguente invitò a palazzo la promessa sposa e suo padre per mostrar loro l’opera, ed esclamò: “Ecco che cosa è in grado di realizzare in poche ore uno squattrinato Mattei!”. In ricordo dell’episodio, fece murare la finestra da cui si affacciarono per ammirare la fontana.


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Ecco la finestrella murata!
 
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Tra ricche decorazioni in marmi policromi, quattro fanciulli in bronzo cavalcano dei delfini su vasche a forma di conchiglia scolpite dal fiorentino Taddeo Landini (1550-1596), e dal 1658 “giocano” con le tartarughe, aggiunte alla fontana da Gian Lorenzo Bernini nel 1658.


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Tra i monumenti di maggior interesse dell’area ci sono il Portico d’Ottavia, la Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, così chiamata perché ricavata all’interno dell’antico mercato del pesce edificato sui resti del Portico d’Ottavia, la casa di Lorenzo Manilio, la Chiesa di San Gregorio in Divina Pietà, intitolata a Papa Gregorio Magno che garantì la libertà di culto agli ebrei già nel ‘500, il Pons Judaeroum, il Ponte dei Quattro Capi, che collega il ghetto ebraico all’Isola Tiberina, la Chiesa di Santa Maria in Campitelli, luogo di preghiera durante la Seconda Guerra Mondiale.


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Il complesso del Portico d'Ottavia è l'unico conservato dei grandi portici che limitavano, sul lato settentrionale, la piazza del Circo Flaminio, area che corrisponde all'antico Ghetto. Fu ricostruito da Augusto, al posto del più antico Portico di Metello, tra il 27 ed il 23 a.C. e dedicato alla sorella Ottavia.

Successivamente fu restaurato e parzialmente ricostruito nel 203 da Settimio Severo, dopo un incendio del 191, periodo al quale appartengono per la maggior parte i resti attualmente visibili.

Il complesso, un quadriportico di 119 x 132 metri, incluse il più antico Tempio di Giunone Regina, al quale vennero allora affiancati il Tempio di Giove Statore, il primo a Roma integralmente di marmo, due biblioteche, greca e latina, e la Curia Octaviae, un grande ambiente per pubbliche riunioni.

Oggi, del complesso rimangono solo l'angolo sudorientale e il vestibolo d’accesso.

Anticamente, il suo interno si configurava come una sorta di museo all’aperto poiché ospitava una grande quantità di opere d’arte, tra cui spiccava la turma Alexandri, opera bronzea che raffigurava Alessandro Magno e i suoi cavalieri, realizzata da Lisippo.

In età tardoantica e medievale, gli spazi porticati del monumento vennero utilizzati per la vendita del pesce, caratterizzando questa zona come Forum piscium o Pescheria Vecchia, il principale mercato cittadino per la vendita del pesce che rimase attivo fino alla fine dell’800. La pietra che si trova alla destra del grande arco del Portico è tutto ciò che ne è rimasto. L'iscrizione latina sull'arco parla della tradizione secondo la quale ai Conservatori o ai Magistrati del Campidoglio doveva essere dato ogni pesce, dalla testa fino alla prima pinna, la cui lunghezza era maggiore di questa pietra.

Nell’ultimo quarto dell’VIII secolo, sulle strutture del portico e dei monumenti adiacenti si ricavarono gli ambienti della chiesa di Sant'Angelo in Pescheria, che inglobarono una delle colonne posteriori e parte del timpano, ancora visibile all’interno della chiesa.

Fu dal Portico di Ottavia che Cola di Rienzo, politico della metà del XIV secolo, partì per conquistare il Campidoglio il giorno di Pentecoste del 1347.

Il monumento è ora reso accessibile tramite una piccola cordonata in prosecuzione di via del portico d'Ottavia, ad una rampa di fronte alle colonne d'entrata, percorribile anche dalle persone disabili e ad una scala, che collega l'area del portico all'entrata della chiesa di Sant'Angelo in Pescheria, e ad un passetto che permette il collegamento con gli edifici di via di Foro Piscario ed il vicino Teatro di Marcello.

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Incastonata tra le rovine romane troviamo aperta....ed è raro, sempre trovata chiusa...la Chiesa di Sant'Angelo in pescheria

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Costruita nell'VIII secolo, questa chiesa deve il suo nome "in pescheria" al fatto che nelle sue vicinanze vi era il mercato del pesce che si svolgeva nel vicino Portico d'Ottavia.

Papa Stefano II traslò qui, nel 752, le reliquie di santa Sinforosa, san Getulio e dei loro sette figli. Nel 1610 ne venne rinvenuto il sarcofago, recante l'iscrizione: Hic requiescunt corpora SS. Martyrum Simforosae, viri sui Zotici (Getulii) et Filiorum ejus a Stephano Papa translata.

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Questa è una zona , tra le tante della città, dove le stratificazioni dei secoli hanno più visualità.

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Da questa Chiesa semplicemente scendendo una rampa si ha accesso al vasto spazio di scavo attorno al Teatro di Marcello.
 
Grandioso edificio della Roma antica, il Teatro di Marcello venne eretto nel Campo Marzio – tradizionalmente consacrato alle rappresentazioni sceniche – sul luogo in cui, dal 179 a.C., si trovava il theatrum et proscenium ad Apollinis, connesso con il tempio di Apollo.




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Il progetto del teatro fu iniziato da Giulio Cesare che espropriò la zona e demolì gli edifici esistenti e fu ripreso da Augusto che, con nuovi espropri e demolizioni, ampliò l’area per la costruzione di un edificio più grande di quello ideato da Cesare.

Probabilmente completato già nel 17 a.C, il Teatro di Marcello fu inaugurato nel 13 o 11 a.C. e dedicato alla memoria di Marco Claudio Marcello, figlio di Ottavia, sorella dell’imperatore, e quindi nipote e successore designato, morto prematuramente a Baia nel 27 a.C.

Restaurato da Vespasiano e da Alessandro Severo, ancora in funzione nel IV secolo, fu trasformato in fortezza dai Pierleoni e dai Fabi, data la posizione rialzata in prossimità del Tevere. Nel Cinquecento, Baldassarre Peruzzi eresse sulla sua sommità un palazzo patrizio per i Savelli; due secoli dopo, divenne di proprietà degli Orsini. Tra il 1926 e il 1932, dopo averne acquistato la parte inferiore corrispondente all’antico teatro romano, il Comune di Roma procedette a un restauro completo dell’edificio, liberandolo da tutte le strutture che gli si erano ammassate intorno e che ne avevano occupato anche alcuni ambienti.

Il Teatro di Marcello era una maestosa costruzione del diametro di 130 metri, in cui era realizzato in forma compiuta il teatro di tipo romano. La cavea, di forma semicircolare, era edificata su blocchi di tufo, in opera reticolata e in laterizio, sulla quale poggiavano gradinate in marmo bianco. L'esterno del Teatro presentava una facciata in travertino a triplice ordine di cui oggi si conservano i due inferiori ad arcate su pilastri con semicolonne doriche e ioniche. Le chiavi d'arco dei piani inferiori erano decorate da maschere teatrali colossali in marmo che rappresentavano la tragedia, la commedia e il dramma satiresco.

La scena, poco profonda, era decorata da colonne e statue di marmi bianchi e policromi, ai lati si aprivano due aule a tripla navata e una grande abside elevata contro le eventuali inondazioni del Tevere era situata alle sue spalle. Il teatro era coperto da un velario e aveva una capienza di circa 15-20.000 posti.

Recentemente, ha riaperto al pubblico il passaggio che collega via Montanara - ciò che rimane dell’omonima piazza ai piedi della Rupe Tarpea, demolita negli anni Trenta - con il Portico d’Ottavia e il Quartiere Ebraico. Il percorso pedonale non interferisce con le rimanenze archeologiche ed è delimitato da paletti dissuasori e catenelle che ridisegnano l’accessibilità dell’area. La definizione degli spazi permette di avvicinarsi maggiormente al Teatro per ammirare la maestosità dell'architettura romana, fino al limitare dei fornici, valorizzando l’esperienza di visita.

Nell'area archeologica che circonda il Teatro di Marcello si trovano anche i resti dei Templi di Apollo Sosiano e di Bellona.


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Si, decisamente Roma, ma tutta l'Italia, è unica.
Poi ci si chiede perchè andando in altri luoghi, spesso si resta un pochino delusi...
Vero.
Questa zona ha delle grandi potenzialità, sebbene ci sono stata più o meno quattro volte, ogni volta scopro qualcosa di nuovo....una via, una piazzetta, una fontana...
 
Vero.
Questa zona ha delle grandi potenzialità, sebbene ci sono stata più o meno quattro volte, ogni volta scopro qualcosa di nuovo....una via, una piazzetta, una fontana...
Poco più avanti, sull'altro lato della strada rispetto al Teatro Marcello, quando ero piccolo c'erano due gabbie. In una c'era una lupa e nell'altra, una voliera, un'aquila.
Sono state li dal 1872 al 1971, poi, per fortuna, la civiltà ha prevalso sulle "tradizioni".
C'è un proverbio a Roma per definire le persone che aspettano nervosamente qualcuno: " me pari la Lupa de' Campidoglio", riferito al terribile andirivieni della lupa nella gabbia. Non so se ancora ci sono le gabbie, ne ho un ricordo molto vivido, mio padre mi portava spesso in giro per monumenti.
Per un bambino, chiaramente, un'immagine del genere era più indelebile di un quadro del Caravaggio
 
Poco più avanti, sull'altro lato della strada rispetto al Teatro Marcello, quando ero piccolo c'erano due gabbie. In una c'era una lupa e nell'altra, una voliera, un'aquila.
Sono state li dal 1872 al 1971, poi, per fortuna, la civiltà ha prevalso sulle "tradizioni".
C'è un proverbio a Roma per definire le persone che aspettano nervosamente qualcuno: " me pari la Lupa de' Campidoglio", riferito al terribile andirivieni della lupa nella gabbia. Non so se ancora ci sono le gabbie, ne ho un ricordo molto vivido, mio padre mi portava spesso in giro per monumenti.
Per un bambino, chiaramente, un'immagine del genere era più indelebile di un quadro del Caravaggio
Ah ecco....il proverbio ho avuto modo di sentirlo ma non pensavo fosse riferito ad una lupa in carne ed ossa... credevo fosse la lupa ....statua che sta al Campidoglio.
 
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