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"....Quando il mare chiama..." - Costa Toscana - 1 Marzo 2026

Erodoto e Strabone hanno elaborato questa spiegazione orientale dell' origine di questo popolo. Spiegazione che è durata secoli, però ad un certo punto della storia sotto il Principato di Augusto, arriva un altro storico greco che fa letteralmente a pezzi la spiegazione di Erodoto e ne propone un'altra completamente diversa.


Il mistero si infittisce, così pure la nostra telenovela.


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La teoria di Dionigi d'Alicarnasso....ma chi era costui?
Storico greco di parecchi secoli dopo che visse nel periodo di Augusto.
Egli analizza ciò che Erodoto ha detto e lo contesta punto per punto, asserendo che gli Etruschi sotto il periodo romano di Augusto, sono molto diversi dalla popolazione dei Lidi, non hanno nulla in comune: lingua, religione, tradizioni. Quindi, come si fa a dire che derivano dai Lidi? Inoltre c'è stato uno storico della Lidia che scrisse un'opera in quattro volumi sulla storia della Lidia, sul suo popolo e questo " famoso" Tirreno non viene mai citato. Com'è possibile che uno storico non lo conosca?

Gli Etruschi stesso non si danno quel nome, sotto il Principato di Augusto. Dionigi d'Alicarnasso ci conferma che gli Etruschi non si chiamavano tirreni, in realtà non si definivano neppure Etruschi , come venivano chiamati dai romani. Ritengo quindi che gli Etruschi siano un popolo autoctono, ecco ciò che asseriva Dionigi d'Alicarnasso. Un popolo italico che da sempre ha vissuto lì, e questa tesi ribalta la teoria che il mondo antico aveva sull'origine di questo popolo.

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Tutto ciò aleggia ancora e le fantasie si fanno strada anche solo osservando questi volti che ci provengono dal passato...
Di questo popolo non abbiamo molto, nel senso che non sappiamo come vivevano, dove abitavano, com'erano le loro case ma da ciò che è emerso dai ritrovamenti archeologici, molto ci sanno raccontare di loro...della loro indole, i caratteri, cosa gli piaceva, di cosa amavano circondarsi.....per me è un déja vue che spesso rivivo e che non smetto di perseguire poiché c'è sempre qualcosa di nuovo e qualcosa da imparare....




Continua...
 
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A differenza di altri popoli antichi, gli Etruschi avevano un modo tutto loro di vivere e di pensare alla morte: per loro, l’aldilà era una continuazione gioiosa della vita terrena. Questa visione unica ha influenzato profondamente la loro arte, rendendola un ponte affascinante tra l’arte greca, con le sue regole e la sua ricerca di bellezza, e l’arte romana, con il suo realismo e la sua praticità.

Le loro dimore eterne rispecchiano il loro modo di essere, sono gioiose, piene di colori. Non abbiamo traccia delle loro case ma attraverso le loro tombe possiamo immaginare come doveva essere la loro vita, immaginare come e dove vivevano.

Perché è così importante l’arte etrusca? Perché ci parla di un popolo che amava la vita. Invece di concentrarsi sulla solennità o sulla grandezza degli dei, come facevano i Greci, gli Etruschi mostravano scene di banchetti, danze e musica. La loro arte è un mix unico di realismo e vitalità, un’espressione di gioia che ritroviamo soprattutto nelle decorazioni delle tombe.
La loro abilità si nota nell’uso di materiali come la terracotta e il bronzo, con cui creavano sculture e vasi di altissima qualità, che sono ancora oggi studiati e ammirati.


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Pronti per entrare a fare parte di questo mondo perduto?

La nostra prima visita parte proprio da qui, dalle loro dimore eterne....

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La Necropoli di Monterozzi.

Percorrendo la strada che conduce a Monte Romano, dopo circa sette chilometri, una deviazione sulla sinistra vi conduce all’antica acropoli etrusca, oggi conosciuta come Pian della Civita. Qui sorgeva l'antica Tarquinia, conosciuta con il nome di Tarchna, una delle più potenti città etrusche a cui apparteneva la celebre Necropoli di Monterozzi.

Sul punto più elevato del piano si trovano le rovine del tempio dell’Ara della Regina, uno dei più importanti ritrovamenti archeologici di tutta Tarquinia. Il tempio era utilizzato per la celebrazione di riti e preghiere e si ipotizza che la divinità alla quale il culto era dedicato si identificasse in quella che oggi viene chiamata Diana.


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La città etrusca di Tarquinia era situata a qualche chilometro dalla costa tirrenica, su un colle dominante la valle del fiume Marta delimitato a Nord e a Sud da due suoi affluenti, i fossi degli Albucci e di San Savino.

La città sorgeva su due pianori contigui: ad Ovest il "Pian di Civita" e ad Est il "Pian della Regina": su quest'ultimo svettava la grande mole del tempio dell'Ara della Regina. Parte integrante della topografia urbana era anche la Castellina, un cucuzzolo di forma conica a nord est del Pian della Regina e incluso nella cinta fortificata di età classica. A ovest del Pian della Civita, un piccolo pianoro chiamato Civitucola ne continua più in basso a punta. La città era separata dal mare dal lungo e parallelo colle del Monterozzi dove si sviluppò la principale necropoli.
La Necropoli conta di circa 6.000 sepolture, per la maggior parte camere scavate nella roccia e sormontate da tumuli, le più antiche delle quali sono datate VII secolo a.C..

Tra queste circa 200 contengono una serie di affreschi che rappresentano il più cospicuo nucleo pittorico a noi giunto di arte etrusca e al tempo stesso il più ampio documento di tutta la pittura antica prima dell'età imperiale romana. Questa straordinaria serie di tombe dipinte rappresenta il nucleo più prestigioso della necropoli, in assoluto la più importante del Mediterraneo, tanto da essere definita dallo studioso M. Pallottino come “il primo capitolo della storia della pittura italiana”.


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Il biglietto d'ingresso è cumulativo comprendente oltre la visita della Necropoli, il museo etrusco che si trova nel centro città.

In questo periodo all' interno del sito delle tombe si stanno facendo dei lavori ed alcune non sono visitabili, ma sono veramente poche quelle non fruibili, la maggior parte sono tutte visitabili e con zero code....si può dire che le persone all' interno della Necropoli si potevano contare sulle dita di una mano.
Un paio d'ore è più che sufficiente e non serve una guida, tutte le tombe hanno pannelli esplicativi che spiegano ed il sito è di facile fruizione. Volendo comunque si può trovare in loco delle persone che vi possono accompagnare.


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In pratica la zona si visita facilmente , si tratta di un pianoro disseminato da piccole " casette" sono gli ingressi da cui si accede agli ipogei.


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Continua....
 
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I primi manufatti in cui ci imbattiamo sono questi strani funghi.


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Gli oggetti in pietra raccolte all'interno del recinto di legno sono custodie funerarie e sono state portate alla luce nella periferia della moderna Tarquinia, nella necropoli di Villa Bruschi Falgari, in prossimità della via Aurelia.

La necropoli fu utilizzata per alcune generazioni nel corso della prima età del Ferro (tra il 1020 e il 750 a.C. circa) da una piccola comunità che viveva sulla vicina collina dell'Infernaccio. Necropoli e abitato rappresentano un nucleo secondario del centro protourbano di Tarquinia, collocato lungo l'importante percorso che portava al mare.

Il rito funerario prevalente in questo periodo è l'incinerazione: i corpi dei defunti erano bruciati su una pira; ultimato il rogo le ossa erano, a volte dopo essere state lavate, frantumate e raccolte in un'urna. cioè un vaso in ceramica d'impasto nerastro, riccamente decorato e chiuso da una scodella. Per le tombe di alcuni uomini importanti, il coperchio dell'urna era sostituito dalla riproduzione in ceramica di un elmo. L'urna era talvolta adornata da una collana di anelli in bronzo e poteva essere avvolta in una stoffa decorata da piccoli oggetti in bronzo e osso. Essa diventava quindi una specie di rappresentazione del defunto.

I rituali che seguivano alla morte erano regolati da norme precise e complesse, in parte legate all'età e al sesso dei defunti, in parte alla loro posizione sociale.

Le tombe erano prevalentemente costituite da un pozzo a pianta arrotondata, scavato nel banco geologico, sul cui fondo si apriva un pozzetto cilindrico più piccolo. All'interno di questo veniva deposta l'urna cineraria, coperta da un po' della cenere del rogo e circondata da piccoli vasi di corredo. II pozzetto inferiore della tomba veniva sigillato con una lastra di pietra (alcune di queste lastre sono visibili all'interno del recinto di legno), quello superiore era riempito di terra e pietre. In superficie ogni tomba era segnalata da pietre o altri segnacoli che ne permettevano il riconoscimento.

Per alcuni dei personaggi più importanti della comunità, soprattutto uomini morti in età adulta, ma anche alcune donne e più raramente giovani, l'urna e gli oggetti di accompagno invece di essere messi direttamente nel pozzetto, erano collocate
all'interno di custodie in pietra (alcune delle quali poste all'interno del recinto). Di dimensioni e forme diverse, esse erano realizzate per lo più in nenfro, pietra vulcanica di facile lavorazione, e costituite da un elemento inferiore di forma cilindrica o tronco-ovoidale e da un coperchio a calotta. Entrambi gli elementi della custodia talvolta mostrano delle scanalature a croce verosimilmente funzionali al trasporto e alla collocazione all'interno del pozzo. Al Museo Nazionale di Tarquinia è conservato un coperchio di custodia litica conformato come tetto di una capanna.

Immagini dei manufatti portati al museo di Tarquinia.

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Un particolare del " fungo" così come è stato ritrovato

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Oggetti ritrovati accanto alle ceneri e custodie in bronzo.

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Urna cineraria a forma di capanna.





In alcune tombe di uomini adulti la cassa in nenfro ha forma quadrangolare. Queste sepolture sono contraddistinte da pratiche rituali particolari. In due delle casse furono posti oggetti simbolici e cerimoniali, come piattelli tripodi e carretti in miniatura; nella cassa più grande si segnala l'insolita deposizione all'interno del cinerario di ossa di maiale cremate, mescolate a quelle del defunto. Una delle casse piccole era invece destinata a contenere due urne gemelle, ambedue chiuse da un elmo ceramico, in cui vennero raccolte le ossa di due uomini adulti morti in età differente.
 
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Sempre il corredo funerario trovato nelle urne in pietra ...in particolare l'elmo in bronzo che identifica il personaggio sepolto nell' urna.

Alcuni oggetti sono di una fattura squisita, segno di una grande manualità e padronanza di strumenti ( pochi per quell' epoca) e materiali.
 
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Un' immagine di come si presentava agli archeologi il sito funerario e come si presentava l'urna alla sua apertura.

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All' interno del museo la rappresentazione di come era la tomba a camera....le prossime che andremo a scoprire nella necropoli.

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Queste rappresentazioni sono importanti perché ci danno l'esatta fotografia documentata da chi ha scoperto per la prima volta queste sepolture....sempre troverete tutto ciò nel museo di Tarquinia. È importante vedere ambedue i siti complementari l'uno all'altro.




Continua...
 
LE TOMBE DIPINTE DI TARQUINIA



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L'uso di decorare con pitture le camere sepolcrali è attestato in numerosi centri etruschi, ma è solo a Tarquinia che il fenomeno assume tale importanza sia nello spazio sia nel tempo: esso è infatti attestato non solo nella necropoli dei Monterozzi, ma anche in altre necropoli minori, dal VII al Il secolo a.C., senza soluzione di continuità per tutta la durata della vita dell'antica città etrusca.

Le tombe dipinte costituiscono, tuttavia, una minima parte del sepolcri cittadini in quanto espressione della classe aristocratica che sola poteva permettersi il lusso di decorare le proprie dimore per l'aldilà; si contano ca. 200 tombe, alcune già scoperte nel Rinascimento e molte subito reinterrate.

Le tombe sono costituite da camere ipogeiche, scavate nel banco di roccia, e accessibili tramite corridoi in discesa (dromoi) la cui dimensione, planimetria e decorazione variano a seconda della cronologia, diretto riflesso del contesto storico-sociale della città.

Si passa dall'unico ambiente rettangolare con soffitto a doppio spiovente destinato alla sola coppia maritale (pater e mater familias) delle tombe più antiche di fine VII -metà Vi sec. a.C. dove il colore sottolinea solo gli elementi architettonici, al graduale prevalere della decorazione figurata, prima riservata al frontoni delle pareti corte con animali in schema araldico, poi (dal 530 a.C.) estesa a tutte le pareti con scene di cacce, danze, banchetti, giochi. La decorazione è diretto riflesso della cultura aristocratica, di una concezione della morte e dell'aldilà per cui il defunto sopravvive laddove è sepolto e della presenza di artisti, immigrati dalla lonia Asiatica, ben attestati anche dai contemporanei rinvenimenti nel porto di Gravisca.

La crisi economico-sociale che nel corso del V sec. a.C. investe l'Etruria ha i suoi effetti anche a Tarquinia: diminuiscono le tombe dipinte e la qualità stilistica; le scene di banchetto sono ora quasi esclusive e appaiono i primi segni di una nuova concezione della morte, di tipo ellenizzante e con richiami ad un aldilà popolato di demoni mostruosi e di personaggi della mitologia greca.

Mentre la nuova fase di rinascita del IV sec. a.C. è visibile nei grandi ipogei ellenistici, però in un contesto sociale del tutto cambiato: gli ambienti assumono dimensioni anche grandiose con pilastri a sostegno del soffitto piano e la camera sepolcrale ospita tutto il clan gentilizio; le scene figurate si svolgono ora solo negli Inferi alla presenza dei demoni della morte e si attestano tombe di modesta qualità o parzialmente decorati.

L'entrata nell'orbita politica romana sancisce la drastica diminuzione del numero delle tombe dipinte e, tra III e II sec. a.C., se ne contano ormai solo pochi esemplari.


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TOMBA DEI GIOCOLIERI

Tomba a camera ipogea con banchine per la deposizione, soffitto a doppio spiovente, accessibile tramite un ampio corridoio (dromos) a gradini. Nel pavimento ci sono gli incassi per i piedi di un letto funebre. Nel frontone, ai lati della mensola di sostegno della trave centrale, sono raffigurati un leone rosso e una pantera azzurra. Nella fascia centrale della parete di fondo e di quella destra sono rappresentate scene dei giochi funebri in onore del defunto, in cui lui stesso è presente, sulla destra, seduto su una "sella curule", tipica dei magistrati, forse allusione a cariche magistratuali ricoperte in vita, mentre assiste all'esibizione di un giovane in procinto di lanciare degli anelli sulla punta di un grande candelabro tenuto in equilibrio sulla fronte da una donna riccamente ornata; presenti nella scena, alle spalle della donna, un flautista, un altro giovane nudo e due fanciulli definiti solo dalle sagome, forse due servi del defunto. Nella parete destra danzatrici e un suonatore di siringa. Nella parete sinistra alcune figure maschili di più difficile interpretazione: un uomo che corre, un altro, probabilmente un sacerdote, sorretto da un giovane nudo e una figura decisamente singolare di un uomo che defeca, atto interpretato con valore apotropaico, accompagnata da un'iscrizione, il nome del personaggio dipinto. Il tema dei giochi di acrobati ed equilibristi può aver influenzato il pittore della tomba della Scimmia a Chiusi, di qualche decennio posteriore.

Anno di rinvenimento: 1961 Datazione: ca. 510 a.C.

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L'area più occidentale della collina più vicina all'abitato moderno ha subito i maggiori danni, tranne in località Calvario dove, già dalla fine del 1800, fu individuato un importante gruppo di tombe dipinte, nucleo principale dell'attuale percorso di visita. La stessa area negli anni '60 del 1900 è stata oggetto di una sistematica e innovativa indagine, attraverso prospezioni geofisiche da parte della Fondazione Lerici del Politecnico di Milano. Le indagini consentirono l'individuazione nel sottosuolo di un migliaio di ipogei, di cui una cinquantina con tracce di decorazione dipinta, non tutti visibili. Le tombe dipinte fruibili al pubblico sono segnalate da strutture moderne a forma di casetta, realizzate già a partire dalla fine del 1800, che proteggono le strutture funerarie dalle infiltrazioni di acqua piovana e che permettono l'accesso dei visitatori all'interno attraverso il dromos (corridoio).

Per evitare che temperatura e umidità all'interno delle camere dipinte siano alterate dall'immissione di aria dall'esterno e dalla presenza dei visitatori, sono state installate delle porte a taglio termico dotate di speciali vetri auto-sbrinanti. Osservare i dipinti attraverso tale barriera non produce certamente lo stesso apprezzamento e la stessa sensazione che si ha entrando nelle tombe, ma si tratta dell'unica soluzione attuabile. Il mantenimento delle condizioni termo-igrometriche è, infatti, requisito essenziale per la conservazione degli strati preparatori e pittorici, nonché per evitare la contaminazione con agenti biologici estranei all'ambiente, quali spore, funghi e batteri.




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TOMBA DEI CARONTI

La tomba presenta una struttura piuttosto complessa organizzata su due livelli: la scala di accesso con andamento curvo conduce ad un vestibolo con alcune banchine, da questo ambiente partono due distinte scale che danno accesso a due semplici camere funerarie inferiori, con banchine lungo le pareti. Il vestibolo è considerato come un ambiente destinato a cerimonie di culto e presenta, al di sopra di ciascuna delle scale delle camere funerarie, una porta finta scolpita e dipinta con due figure di demoni ai due lati. I nomi dei demoni in etrusco sono dipinti sopra le figure. La finta porta rappresenta in forma simbolica l'ingresso nell'aldilà, a guardia di esso è Charun, demone etrusco della morte, trasposizione del Caronte greco, che è di solito rappresentato con naso adunco, i capelli arruffati, le orecchie ferine, corta veste, a volte alato, con vari attributi come il martello oppure un serpente o una spada. Lo stile a chiaroscuro denota l'adozione delle tecniche pittoriche greche di epoca ellenistica.

Anno di rinvenimento: 1960

Datazione: 275 - 250 a.C.

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La lunga e tortuosa scala di accesso all' ipogeo

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L'interno della camera sepolcrale denota una struttura ancora più profonda al suo interno, accessibile attraverso a dei gradini. Ovviamente noi non potremo entrare , le tombe sono protette da porte in vetro che le isolano completamente dal contatto esterno.
 
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TOMBA DEI DUE TETTI.

La tomba è costituita da soffitto piano, pilastro centrale e banchina lungo le pareti con fosse sepolcrali scavate. La decorazione dipinta è limitata al pilastro centrale e alla parete destra. Sulla colonna è rappresentato un grande Charun (guardiano dell'aldilà) alato, con capelli serpentiformi e impugnante un martello. Sulla parete destra un fregio miniaturistico rappresenta una scena di commiato relativa al defunto sepolto nella fossa sottostante, questi è preceduto da un fanciullo e accompagnato da Vanth, demone femminile della morte, che con la fiaccola illumina l'oscuro cammino verso l'aldilà. Il morto giunge davanti alla porta dell'Ade sorvegliata da Charun seduto su una roccia, qui i familiari già deceduti accolgono il defunto. Dagli epitaffi dipinti sulle pareti si deduce che il sepolcro appartiene alla famiglia Arnthunas. In questa epoca l'iconografia funeraria cambia: si introduce la rappresentazione dell'arrivo del defunto negli inferi dove è accolto dai demoni ctoni (dell'Oltretomba).

Anno di rinvenimento: 1969

Datazione: seconda metà del III secolo a.C. (250-200 a.C.)


È un po' strano l'ingresso con una sorta di corridoio laterale che si tronca all' improvviso...poi si procede lungo la lunga scala fino alla camera dipinta.

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TOMBA DEL GORGONEIΟΝ

Tomba a camera ipogea a pianta quadrata, con soffitto a doppio spiovente e trave centrale . Accessibile tramite un breve corridoio (dromos) a gradini. Lungo le pareti laterali e di fondo vi è una banchina continua per la deposizione. Nel frontoncino, tra le decorazioni a palmette e volute, si può scorgere la raffigurazione, purtroppo rovinata, di un gorgoneion, maschera di gorgone con valore apotropaico.


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Il lungo dromos


Lungo le pareti corre un largo fregio con esili alberelli ed uccelli in volo e a riposo tra i rami; nella parete di fondo sono dipinti due giovani con corto mantello e bastone ricurvo nella mano sinistra, in atteggiamento di saluto o conversazione.

Anno di rinvenimento: 1960 Datazione: 410 - 390 a.C


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TOMBA DEI FIORELLINI

Tomba a camera ipogea a pianta quadrata con soffitto a doppio spiovente e largo trave centrale (columen), accessibile attraverso un corridoio (dromos) a gradini. Gli spioventi del soffitto sono decorati con un motivo a cerchi rossi e fiori a tre petali, la trave con grandi rosoni e foglie d'edera. Nel frontone della parete di fondo, ai lati della mensola di sostegno della trave centrale del soffitto, ci sono due galli affrontati pronti al combattimento. Al di sotto è raffigurata una sola coppia di personaggi a banchetto con due servitori nudi. Lungo le pareti laterali corre un grande fregio con danzatori e suonatori di flauto in un paesaggio con alberelli, a cui sono appese bende colorate. Purtroppo, le figure dipinte sulle pareti laterali si presentano in cattivo stato di conservazione. Il soggetto della lotta dei galli si ritrova nella decorazione della tomba del Guerriero.

Anno di rinvenimento: 1960 Datazione: ca. 450 a.C.



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TOMBA BETTINI.

Tomba a camera ipogea con pianta quadrata, soffitto a doppio spiovente e trave centrale (columen). Vi si accede attraverso un corridoio (dromos) tagliato dalla conduttura dell'acquedotto settecentesco che attraversa questo settore della necropoli. La camera si distingue per la presenza, insolita nelle tombe
tarquiniesi, di una fossa scavata nel pavimento e decorata con un motivo a onde rosse, destinata ad accogliere il corpo del defunto. Il columen è dipinto con grossi rosoni e foglie di edera, gli spioventi con fasce in rosso ad imitazione di travi lignei. Sul frontone della parete di fondo due leoni si affrontano ai lati della mensola di sostegno del tetto. Sulle pareti un grande fregio figurato con scene di banchetto e danze ambientate all'aria aperta; sulla parete di fondo vi sono due coppie maschili adagiate su letti conviviali (klinai), accudite da tre ancelle e da un giovane coppiere nudo accanto alla tavola imbandita; sulle pareti laterali scene di danza. Lo stile delle pitture è da confrontare con la Tomba del Triclinio, i cui affreschi sono attualmente esposti nel Museo di Tarquinia in seguito al loro distacco per motivi di conservazione; si pensa che siano entrambe opera della stessa bottega.

Anno di rinvenimento: 1967

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Datazione: ca. 450-440 a.C.
 
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TOMBA DELLA CACCIA AL CERVO


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La tomba è a camera unica con soffitto a doppio spiovente, accessibile attraverso un corridoio (dromos) a gradini; presenta delle banchine su entrambi i lati lunghi con incassi per i letti funebri. La decorazione, molto deteriorata, raffigura sul frontone in fondo il sostegno della trave centrale (columen) con una scena di caccia al cervo che ha ispirato il nome della tomba; mentre nei semitimpani dei due frontoni si affrontano due pantere. Sulle pareti è rappresentato il tema del banchetto ambientato all'aperto in un boschetto con tre coppie di commensali sdraiati sui letti conviviali (klinai) allietati da musicisti e danzatori, tra cui è individuabile a sinistra un "pirrichista" (danzatore armato). Il banchetto è una tematica molto diffusa nelle tombe di V sec. a.C. e la decorazione trova confronti nella coeva tomba Maggi, forse attribuibile allo stesso pittore.

Anno di rinvenimento: 1960 Datazione: 450 a.C. circa

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TOMBA BARTOCCINI

La tomba è costituita da una camera centrale su cui si aprono tre camere laterali, tutte con soffitto a doppio spiovente.

La camera principale presenta la trave centrale (columen) decorata a rosoni e dischi, un motivo a scacchiera sugli spioventi; sul frontone della parete di fondo è raffigurata una scena di banchetto, su quello opposto due ippocampi affrontati; sulle pareti fiorellini e gruppi di fasce sormontati da motivi a scacchiera. Nelle camere laterali i frontoni delle pareti corte presentano gruppi di animali in lotta, pantere e leoni affrontati; sulle pareti fasce colorate, catene di melograni e boccioli di loto penduli. La tomba, dedicata al soprintendente Renato Bartoccini, costituisce il più grande ipogeo tarquiniese di età arcaica con una planimetria che la contraddistingue dalle altre tombe contemporanee. Anche il pittore spicca per le straordinarie capacità decorative e la scena di banchetto è considerata la più antica documentazione simposiaca della pittura etrusca. I numerosi graffiti in volgare nella camera centrale rappresentano una testimonianza eccezionale della frequentazione medievale dell'ipogeo per uso rituale da parte dei Cavalieri Templari.

Anno di rinvenimento: 1959 Datazione: 530-520 a.C.



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Un peccato è non poterla vedere nel suo insieme e soprattutto entrare nelle varie camere laterali, ma la conservazione prima di tutto, ed è giusto così. Nell' immagine , sia in pianta che nello spaccato, vi è una vaga somiglianza alle tombe egizie della valle dei re.


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Posso solo immaginare, ingrandendo l'immagine, l'ingresso laterale di un cunicolo...


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Anche questa tomba è di splendida fattura.
 
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Le tombe etrusche non erano semplici luoghi di sepoltura, ma vere e proprie “case per l’eternità”, costruite per accogliere il defunto e le sue ricchezze.

Ne esistono due tipi principali. Il primo, la tomba a tumulo, si presenta come una grande collina artificiale di terra e sassi, sotto la quale si trova la camera funeraria.


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In questa immagine da Google, è possibile vedere nella conformazione aerea della tomba a tumulo presente, anche se in numero modesto ( rispetto a Cerveteri) anche nella zona di Tarquinia.




Il secondo tipo, la tomba a camera( quelle della necropoli di Monterozzi) era scavato direttamente nella roccia, come una casa sotterranea con varie stanze. Le tombe più ricche erano decorate con affreschi che mostravano scene di vita quotidiana e banchetti, trasformando il luogo del riposo in uno spazio vivace e colorato, dove il defunto poteva continuare a vivere serenamente.


Interessante da visitare , anche se non possibile in questo periodo, è questo tipo di tombe....


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In pratica è un vasto territorio con ipogei scavati nella roccia che costituiscono una sorta di città dei morti. Ancora in fase di studio... chissà se verrà resa fruibile.


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Questo per farvi comprendere quante potenzialità ha questa zona e quelle limitrofe a Tarquinia, da perdersi letteralmente, tra necropoli e città fantasma perse nell' oblio....
 
LE TOMBE DIPINTE DI TARQUINIA
.... Il tema dei giochi di acrobati ed equilibristi può aver influenzato il pittore della tomba della Scimmia a Chiusi, di qualche decennio posteriore.

Anno di rinvenimento: 1961 Datazione: ca. 510 a.C.

Vero Oriana, la Tomba della scimmia di Chiusi, scoperta nel 1846 dall'archeologo italiano Alessandro Francois, risale ad un periodo tra il 480/470 A.C.
Anche qui ci sono rappresentati dei lottatori e dei cavalieri (una donna ed un uomo) la scimmia è rappresentata tra degli arbusti dul lato destro. Foto presa on line

p.s. scusa la divagazione.

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Vero Oriana, la Tomba della scimmia di Chiusi, scoperta nel 1846 dall'archeologo italiano Alessandro Francois, risale ad un periodo tra il 480/470 A.C.
Anche qui ci sono rappresentati dei lottatori e dei cavalieri (una donna ed un uomo) la scimmia è rappresentata tra degli arbusti dul lato destro.

p.s. scusa la divagazione.

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Anzi, ti ringrazio molto , poiché mi hai dato modo di conoscerla virtualmente. Studiata e vista solo sui testi scolastici...mi manca di piombare lì!!
 
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