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Colori d'autunno. Storia (breve) di un (long) weekend nel Channel - MSC Virtuosa - 16 ottobre 2025

Una delle tappe principali è sicuramente la Église Sainte-Catherine, la più grande chiesa in legno di tutta la Francia. Il campanile, suggestivo e sempre in legno, è separato dalla struttura principale per contenere il rischio di incendi (le campane attirano i fulmini!).

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La chiesa è stata costruita da carpentieri navali (l’abbiamo già detto che i cittadini di Honfleur sono da sempre marinai e carpentieri!), per questo l’interno si dice che ricordi la carena di una nave rovesciata.

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Dopo esserci “persi” tra i vicoli e le vie, ci fermiamo per un piccolo aperitivo a uno dei tanti caffè con vista sul vecchio porto. Potevamo forse fare a meno di un fresco bicchiere di vino bianco accompagnato da ostriche per le quali la regione (insieme alla vicina Bretagna) è famosissima?

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Il sapore salmastro del mare che arriva dal vecchio porto esalta quello delle ostriche: intenso ma delicato, con note iodate e minerali che richiamano l’oceano. Al contempo, la vista de Le Vieux Bassin, con le sue barche colorate che ondeggiano dolcemente sull’acqua, ci fa davvero sentire parte di una scena dipinta.
 
Torniamo a bordo. Nonostante la piovosità frequente della regione, il sole non ci lascia.

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In tempo per il pranzo, non abbiamo voglia del buffet e proviamo l’Hola! Tacos & Cantina, davvero un’esperienza rilassata (no confusione!) e gustosa: molto buono. Purtroppo, forse per colpa dell’aperitivo, la fame prende il sopravvento e mi dimentico di fare le foto ai piatti coloratissimi (quindi dovrete credermi sulla parola). Devo dire che la ristorazione a pagamento a bordo vale assolutamente la pena: più curata e più di qualità.

Il pomeriggio trascorre tra sole, palestra e le calde bolle dell’idromassaggio. Arriva l’ora della partenza: Virtuosa si prepara mentre il sole si appresta a tramontare. A parte qualche nuvolone che va e viene i colori del tramonto ci sono tutti.

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Dal ponte 16 mi godo la vista - in compagnia di una delle famose papere: è la prima volta che ne trovo una! Per chi non lo sapesse, le Cruising Ducks sono uno dei trend (molto anglosassone) del momento: vengono lasciate in giro per la nave dai passeggeri stessi, per scatenare una sorta di caccia al tesoro “social” (giuro: io l’ho trovata per caso).

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Da un lato il porto commerciale che si colora con le tonalità del tramonto.

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Le mie ricerche mi ricordano che il porto di Le Havre è il più grande porto per container della Francia mentre è secondo per tonnellaggio totale dopo il noto porto di Marsiglia.


Dall’altro la città.

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La città di Le Havre non presenta decisamente l’architettura “senza tempo” e un po' romantica di Honfleur. Questo è il risultato della sua storia travagliata: la città fu rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale. La ricostruzione, affidata all’architetto Auguste Perret, “poeta del cemento”, ha creato una città dal design moderno e brutalista: Le Havre è oggi dunque il regno del cemento, frutto della necessità di offrire rapidamente soluzioni abitative economiche a migliaia di abitanti rimasti senza casa. Proprio per la sua architettura unica e atipica, nel luglio 2005, l’UNESCO ha iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale il centro cittadino. L’opera più iconica è senza dubbio l’Église Saint Joseph che con la sua torre ottagonale alta 107 metri (sì, è più alta del Big Ben), concepita come un faro urbano visibile anche dal mare, svetta nel panorama, mentre Virtuosa si allontana nella Baie de la Seine.

La “baia della Senna” è una vasta insenatura della Manica che va dal porto di Le Havre fino alla penisola del Cotentin nella cui sommità si trova il nostro prossimo porto, Cherbourg. È inoltre proprio nella Baie de la Seine che si trovano le spiagge, storicamente e tristemente note, dello sbarco in Normandia, che saranno protagoniste della giornata di domani.
 
Day 4 - Cherbourg


Anche oggi l’elettricità entusiasta mi ha svegliato presto: quando esco sul balcone è ancora buio. Giusto in tempo per assistere alle manovre di ormeggio di Virtuosa.

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Nel porto di Cherbourg il mare incontra la Storia e l’ingegno umano: la sua rada artificiale è tra le più grandi mai costruite al mondo. Fu realizzata a partire dal XVIII secolo con un’enorme opera di ingegneria marittima, che prevedeva la costruzione di lunghi frangiflutti in pietra e cemento. Il progetto fu sostenuto in primis da Napoleone Bonaparte, che voleva creare una base navale sicura e potente in funzione anti-britannica. Il risultato è un vastissimo specchio d’acqua protetto, che ancora oggi impressiona per dimensioni e complessità, estendendosi per diversi chilometri.

Al pari di Le Havre, anche Cherbourg venne quasi completamente devastata durante la Seconda Guerra Mondiale: occupata dalle truppe tedesche dal 1940, fu da queste poi distrutta, sabotando le infrastrutture principali, prima della resa agli Alleati 4 anni dopo.
 
Mentre facciamo colazione al buffet, il crepuscolo decide di colorare il cielo a mano a mano, trasformandolo in un dipinto surreale, dai toni rosa evidenziatore, svelando il panorama prima nascosto dalla notte.

Eh no! L’elettricità entusiasta non mi permette di continuare a starmene qui tranquillo con la mia colazione: esco fuori sui punti esterni.

Mi muovo qua e là, in cerca dello scorcio migliore e non posso “risparmiare” la quantità di foto scattate. Questa la vista.

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Torniamo in cabina per prepararci per la discesa, mentre continua a farsi sempre più giorno e la luce “si mangia” un po' gli splendidi colori di prima.

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A portata di balcone: la Gare Transatlantique de Cherbourg, l’antico terminal dei transatlantici.

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Un capolavoro Art Déco, inaugurato negli anni Trenta, era un vero e proprio “hub transatlantico”, il punto di arrivo dei treni provenienti da Parigi (con un “hall des trains” dotato di quattro binari) che permetteva un rapido imbarco sui grandi transatlantici diretti nelle Americhe.

Sbarchiamo da Virtuosa proprio attraverso l’antico terminal.

Appena varcata la soglia ci siamo trovati dentro uno spazio enorme, quasi solenne: essendo tra i primissimi a sbarcare, lo attraversiamo nel silenzio, tra i nostri passi sembra quasi di sentire l’eco del passato.

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C’è qualcosa di malinconico e affascinante: chissà quante valigie e quante storie, quanti addii e quante promesse hanno visto questi luoghi.

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A Cherbourg le opzioni di escursione sono davvero tante e tutte interessanti: c’è così tanto da vedere che scegliere diventa difficile e, inevitabilmente, si finisce per rinunciare a qualcosa. Ancora di più quando si tratta della prima volta in queste terre, come nel mio caso (sì, lo sto già pensando: bisogna tornare!). La “lezione di Storia” ha infine avuto la meglio, portandoci a optare per la visita delle spiagge dello sbarco.

La scelta si è rivelata davvero azzeccata.

Non dimenticherò mai questi luoghi, anche grazie alla nostra guida: super-preparato e appassionato, capace di intrecciare le nozioni storiche con le emozioni.

Lasciato il porto, abbiamo attraversato la campagna della penisola del Cotentin, tra piccoli villaggi, distese di prati infiniti e mucche felici al pascolo. Un paesaggio alla vista così quieto: sembra quasi surreale pensare a truppe, carri armati e combattimenti.

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La prima tappa è stata il cimitero e memoriale americano, il Normandy American Cemetery, affacciato sulle scogliere sopra Omaha Beach.

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Proprio da queste coste, il 6 giugno 1944, ebbe inizio l’Operazione Overlord, la più imponente invasione anfibia della Storia: 150.000 soldati alleati sbarcarono sulle spiagge della Normandia, dando inizio alla liberazione dell’Europa occidentale dall’occupazione nazista. Lo sbarco, tuttavia, ebbe un costo altissimo in vite umane: solo nel primo giorno dell’operazione vennero sprecate circa 10.000 vite.
 
Il colpo d’occhio è inevitabilmente forte, terribile ed estremamente emozionale. Il verde del prato, perfettamente curato; il blu del mare, sullo sfondo, ancora oggi testimone placido della tragedia; e l’ordine quasi perfetto delle croci bianche, disposte in file interminabili.

Ce ne sono più di 9.300.

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In realtà, non tutti i caduti riposano qui: al termine della guerra, alle famiglie fu data la possibilità di scegliere e circa il 60% dei corpi venne rimpatriato negli Stati Uniti.

Lo spazio è così vasto che, anche muovendoci in gruppo, la visita rimane intima e silenziosa. Si sente soltanto il fruscio della bandiera americana mossa dal vento.

Osservo un gesto semplice e silenzioso, ma carico di un profondo significato: molti visitatori spalmano la sabbia, proveniente dalla spiaggia sottostante, sulle incisioni delle croci, facendo emergere i nomi dei soldati. Infatti, la pietra bianca, lucida e uniforme, non fa risaltare le lettere scolpite, ma con la sabbia ogni nome prende vita, riaffiora dalla memoria della pietra.

Camminando nel prato, tra le croci, la nostra guida ci invita a “perderci” tra di esse e ci dice:

“Leggete i loro nomi. I ragazzi sono contenti se leggete i loro nomi.

Un pensiero semplice, ma profondamente toccante, che rende ancora più chiara la portata umana della guerra. È inevitabile riflettere su come non solo ogni guerra, ma anche solo ogni piccola ingiustizia, porti con sé inutili crudeltà e violenze. E mentre cammino tra queste croci, il pensiero è sempre lo stesso: la Storia sembra non averci insegnato nulla, continuiamo a ripetere gli stessi errori.
 
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La tappa successiva è stata Omaha Beach.

La spiaggia è ampia, pacifica e bellissima, ma cambia completamente prospettiva sapere di ciò che fu teatro.

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Omaha Beach fu appunto una delle cinque spiagge scelte per lo sbarco del D-Day e, in particolare, quella assegnata alle truppe statunitensi. L’obiettivo militare era quello di conquistare una posizione sicura sulla costa per poter avanzare verso l’interno della Normandia. Tuttavia, le difese tedesche erano estremamente forti: trincee, filo spinato e campi minati rendevano l’accesso alla spiaggia quasi impossibile. Quando le truppe americane sbarcarono, la confusione fu totale: le onde, il fango e la sabbia molle rallentarono l’avanzata, i mezzi anfibi affondavano o restavano intrappolati, mentre molti soldati cadevano sotto il fuoco nemico.

Omaha Beach ospita il celebre “Les Braves” (inaugurato il 6 giugno 2004, in occasione del sessantesimo anniversario dello sbarco) che è la memoria, di grande impatto visivo, di quegli eventi.

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I tre blocchi di elementi stilizzati evocano delle ali – ma forse anche delle onde: rispettivamente le ali della Speranza, della Libertà e della Fratellanza che si librano verso il cielo.

Una curiosità: i nomi delle spiagge dello sbarco (Omaha, Utah, Gold, Juno, Sword) non avevano alcun legame con la Normandia in sé, ma si tratta di nomi brevi creati appositamente per il D-Day dagli Alleati per una facile identificazione e pronuncia (Omaha, per esempio, è una città del Nebraska).
 
Proseguiamo per Pointe Du Hoc.

Dal punto di vista naturale, Pointe Du Hoc è una magnifica falesia di 30 metri che separa la spiaggia di Omaha Beach da quella di Utah Beach, offrendo una meravigliosa vista panoramica sul Channel.

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Ma anche qui lo scenario naturale è stato inevitabilmente segnato dagli eventi: la Geografia impattata dalla Storia.

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Durante il D-Day, questo promontorio rappresentava un obiettivo strategico fondamentale: i tedeschi vi avevano installato batterie di artiglieria capaci di colpire entrambe le spiagge dello sbarco. Proprio per questo, i ranger americani del 2° Battaglione, ricevettero l’ordine di conquistarlo a ogni costo. L’assalto fu una delle azioni più audaci dell’intera operazione: usando corde, scale e rampini, in meno di mezz’ora, più di 200 uomini erano sulla sommità, affrontando il fuoco nemico.

Pensare a quell’impresa, guardando quelle pareti verticali, è davvero impressionante.

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Il paesaggio è ancora segnato dai crateri delle bombe: enormi buche nel terreno (nella foto sotto) che sembrano cicatrici mai rimarginate, che evocano tutta la violenza degli eventi.

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Visitiamo anche i resti dei bunker tedeschi, arroccati sul bordo della scogliera. Le strutture in cemento armato, parte del cosiddetto Vallo Atlantico, sono ancora in gran parte accessibili: corridoi stretti, postazioni di tiro e punti di osservazione affacciati sul mare.

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Dopo questa immersione nel passato, il ritorno verso il porto di Cherbourg è stato un pò più silenzioso. È stata un’escursione intensa: un viaggio che, più che indietro nel tempo, porta a riflettere sul presente.
E forse anche su quanto fragile sia la memoria, se non la coltiviamo.
 
Salito a bordo in ritardo ma la lettura di questo diario è talmente piacevole che ho fatto in un attimo a leggerlo e recuperare... continuo a seguirti.

p.s. Colpisce come, davanti a tanta memoria e sacrificio, l’umanità continui a non imparare. Quei nomi non sono solo passato: sono un monito che ancora oggi scegliamo troppo spesso di ignorare. Forse leggere quei nomi è il minimo che possiamo fare, per non lasciare che il silenzio diventi dimenticanza.
 
Tracce di memoria da coltivare, vista la nostra tendenza a reiterare negli stessi errori...
Che viaggio ricco di emozioni!
Si! Tantissime (e tanto diverse) emozioni che mi ha regalato questa mia breve fuga: non potevo tenerle solo per me.

Salito a bordo in ritardo ma la lettura di questo diario è talmente piacevole che ho fatto in un attimo a leggerlo e recuperare... continuo a seguirti.

p.s. Colpisce come, davanti a tanta memoria e sacrificio, l’umanità continui a non imparare. Quei nomi non sono solo passato: sono un monito che ancora oggi scegliamo troppo spesso di ignorare. Forse leggere quei nomi è il minimo che possiamo fare, per non lasciare che il silenzio diventi dimenticanza.
Grazie mille!! :D

Sicuramente è “facile” studiare la Storia dietro i banchi di scuola, ma è in questi luoghi che si percepisce tutta la vera tragedia delle guerre: queste “emozioni” non ci sono nei libri di Storia e dei posti come questo “l’umanità” deve ricordarsi sempre.
 
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