Una nota a parte di questo diario, che utilizzerò per la sua degna conclusione, riguarda il trasporto: gli aerei impiegati per raggiungere la meta e per far ritorno a casa, tutti diligentemente organizzati da Costa Crociere.
Inizio col dire che abbiamo sempre volato con Emirates, una signora compagnia, di quelle che quando sali a bordo ti senti già un po’ internazionale. Utilizza l’Airbus A380, il gigante dei cieli: quattro motori, due piani, dimensioni tali che quando lo vedi parcheggiato al gate ti chiedi se per caso non debba partire anche con rimorchio. In economy trasporta quasi 400 passeggeri, eppure riesce a offrire un ambiente curato, spazioso, quasi vivibile (nei limiti dell’economy, si intende).
Il problema, però, non è stato l’aereo. È stata l’organizzazione.
La Costa Crociere non ha pensato di fornire una semplice lista con la richiesta di due posti vicini per marito e moglie. Richiesta che, è vero, a qualcuno potrà anche non interessare… ma non proprio a tutti. Quando Emirates ha aperto il check-in online, di posti affiancati non ce n’erano più nemmeno l’ombra. E parliamo di un aereo a due piani, con centinaia di sedili.
Mi chiedo: ma è davvero così complicato segnalare che due nominativi sono sulla stessa prenotazione e che – sorpresa! – potrebbero desiderare di viaggiare uno accanto all’altro?
E poi: perché ad alcuni è permesso modificare i posti assegnati anche un mese prima, mentre a noi, che abbiamo prenotato crociera e volo in un unico pacchetto, non è concesso?
Non è possibile che io sia alla fila 51 e chi viaggia con me alla 70. A quel punto tanto vale salutarsi con un messaggio WhatsApp al decollo.
Parliamo poi dello scalo “necessario” a Dubai, presso l’Aeroporto Internazionale di Dubai. Un aeroporto che definire grande è riduttivo: copre oltre 7.200 ettari, ospita il Terminal 3 – uno degli edifici più grandi al mondo per superficie – e vanta qualcosa come 90 chilometri di nastri trasportatori per bagagli. Tre terminal principali e oltre 26.000 metri quadrati di spazi commerciali. Praticamente una città con pista annessa.
Per fortuna avevamo quattro ore di scalo. Dico “per fortuna” perché parecchio tempo è necessario solo per spostarsi da un gate all’altro!
Abbiamo camminato quindici minuti per raggiungere una sorta di metropolitana sotterranea che, dopo dieci minuti, ci ha lasciati in un’altra zona dell’aeroporto (presumo ancora nello stesso Emirato ). Abbiamo attraversato due duty free, percorso altri dieci minuti sui tapis roulant – dove la gente, invece di attendere serenamente che il nastro faccia il suo dovere, sente l’irrefrenabile bisogno di correrci sopra, travolgendo chiunque osi sostare a destra.
Dopo aver finalmente capito che bisognava scendere di due piani, abbiamo scoperto che ci attendevano altri 2,5 chilometri a piedi. Solo allora abbiamo intercettato una sorta di taxi interno: una minicar elettrica tipo quelle dei campi da golf, che ci ha salvati da ulteriori chilometri di marcia forzata.
Risultato? La prima ora e oltre è trascorsa semplicemente per riuscire a sederci su scomodissime panchine in ferro davanti al gate, in attesa del volo che, dopo altre sette ore, ci avrebbe condotti fino a Hong Kong, dove la “Serena” ci attendeva nella baia.
Naturalmente, con tempi e modalità molto simili, la stessa trafila si è ripetuta al ritorno.
